La Terza Guerra d’Indipendenza italiana rappresenta uno degli episodi più contraddittori del Risorgimento: l’Italia ottenne il Veneto, completando l’unificazione nazionale, ma lo fece attraverso una serie di sconfitte militari umilianti. Questa apparente contraddizione rende questo conflitto particolarmente interessante da studiare e comprendere.
Se stai preparando un esame di storia moderna o semplicemente vuoi capire davvero come si è completata l’unità d’Italia, questo articolo ti fornirà tutti gli strumenti necessari: date precise, protagonisti, battaglie, alleanze e soprattutto il contesto europeo senza il quale nulla avrebbe senso.
Indice
Quali sono le tre guerre d’indipendenza italiane?
Prima di concentrarci sulla terza, è fondamentale inquadrare il percorso complessivo dell’indipendenza italiana. Le tre guerre d’indipendenza sono i conflitti armati che portarono alla progressiva liberazione del territorio italiano dal dominio austriaco e alla formazione del Regno d’Italia.
Prima Guerra d’Indipendenza (1848-1849): scoppiò nel contesto delle rivoluzioni europee del 1848. Il Regno di Sardegna, guidato da Carlo Alberto, dichiarò guerra all’Austria per liberare il Lombardo-Veneto. Si concluse con la sconfitta italiana a Custoza e Novara, e Carlo Alberto dovette abdicare in favore del figlio Vittorio Emanuele II.
Seconda Guerra d’Indipendenza (1859): combattuta dal Regno di Sardegna alleato con la Francia di Napoleone III contro l’Austria. Le vittorie di Magenta e Solferino portarono all’annessione della Lombardia. Il Veneto rimase però austriaco.
Terza Guerra d’Indipendenza (1866): è il conflitto che completò l’unificazione del Nord Italia con l’acquisizione del Veneto, ma in circostanze particolarmente complesse che analizzeremo in dettaglio.
Comprendere questa progressione è essenziale: ogni guerra rappresenta un passo verso l’unità nazionale, ma anche il frutto di complesse alleanze internazionali e opportunità geopolitiche.
Quando inizia la terza guerra d’indipendenza?
La Terza Guerra d’Indipendenza inizia ufficialmente il 20 giugno 1866, quando l’Italia dichiara guerra all’Impero Austriaco.
Ma attenzione: questa data è solo la formalizzazione di un processo diplomatico iniziato mesi prima.
Già nell’aprile del 1866, infatti, l’Italia aveva firmato un’alleanza segreta con la Prussia, impegnandosi a entrare in guerra contro l’Austria entro tre mesi dalla dichiarazione prussiana.
Il contesto temporale è cruciale: siamo a soli cinque anni dalla proclamazione del Regno d’Italia (1861). Il giovane stato italiano è ancora fragile, con enormi problemi interni: il brigantaggio nel Sud, la questione romana irrisolta, un’economia debole e un esercito da riorganizzare.
Da quel momento inizieranno poco più di cinquanta giorni di guerra effettiva, ma con conseguenze che segneranno profondamente la storia italiana e la percezione delle capacità militari del nuovo stato.
Perché l’Italia dichiara guerra all’Austria?
La risposta apparentemente semplice è: per conquistare il Veneto, l’ultimo grande territorio italiano ancora sotto dominio austriaco dopo l’acquisizione della Lombardia nel 1859.
Ma la realtà è più complessa e rivela molto sulla natura della politica risorgimentale.
L’Italia non dichiarò guerra per un moto spontaneo o per preparazione militare, ma perché si presentò un’opportunità geopolitica favorevole.
Il contesto europeo: la Prussia di Bismarck
Il vero motore della guerra fu Otto von Bismarck, cancelliere prussiano, che stava orchestrando l’unificazione tedesca sotto l’egemonia prussiana. Per raggiungere questo obiettivo, doveva eliminare l’influenza austriaca dalla Confederazione Germanica.
Bismarck cercava alleati che potessero aprire un secondo fronte contro l’Austria, costringendola a dividere le proprie forze. L’Italia era il candidato perfetto: aveva interessi territoriali contro Vienna e un esercito teoricamente numeroso.
Il 8 aprile 1866 venne firmata l’alleanza italo-prussiana, che prevedeva:
- L’Italia avrebbe attaccato l’Austria da sud
- La Prussia avrebbe attaccato da nord
- In caso di vittoria, l’Italia avrebbe ottenuto il Veneto
- L’alleanza aveva validità di tre mesi
Le motivazioni italiane
Per il governo italiano, guidato dal generale Alfonso La Marmora, la guerra rappresentava:
Il completamento dell’unità nazionale al Nord
Un modo per consolidare il prestigio del giovane regno
L’occasione di vendicare le sconfitte precedenti contro l’Austria
Un’opportunità per rafforzare l’identità nazionale attraverso un’impresa militare condivisa
Tuttavia, molti erano consapevoli dell’impreparazione militare italiana. Lo stesso re Vittorio Emanuele II era scettico, ma la pressione politica e l’entusiasmo nazionalista prevalsero sulla prudenza strategica.
Con chi era alleata l’Italia nella terza guerra d’indipendenza?
L’alleato principale dell’Italia fu il Regno di Prussia, guidato dalla lungimirante strategia di Bismarck. Ma è fondamentale comprendere la natura di questa alleanza: non era basata su affinità ideologiche o storiche, ma su puro calcolo strategico.
L’alleanza italo-prussiana
La Prussia aveva bisogno dell’Italia per costringere l’Austria a combattere su due fronti.
L’Italia aveva bisogno della Prussia perché da sola non avrebbe mai potuto affrontare l’esercito austriaco con speranze di successo.
I termini dell’alleanza erano chiari ma asimmetrici:
La Prussia avrebbe condotto la guerra principale in Germania
L’Italia avrebbe dovuto impegnare le forze austriache in Italia e possibilmente invadere il Sud dell’Impero
Nessuna pace separata senza l’accordo dell’alleato
Durata limitata a tre mesi
Il ruolo della Francia
Anche se non alleata formalmente, la Francia di Napoleone III° giocò un ruolo cruciale. Napoleone si pose come mediatore neutrale, ma in realtà aveva un interesse preciso: evitare che la Prussia diventasse troppo potente e mantenere influenza sulla politica italiana.
Fu proprio attraverso la mediazione francese che il Veneto passò all’Italia: l’Austria cedette formalmente il territorio alla Francia, che poi lo “donò” all’Italia. Questo passaggio intermediario fu umiliante per gli italiani, che non poterono nemmeno vantare una conquista diretta.
Il contesto diplomatico europeo
L’Inghilterra mantenne una posizione di neutralità benevola verso l’Italia, mentre la Russia non intervenne, lasciando campo libero alla Prussia. L’Impero Ottomano osservava con attenzione, preoccupato per le possibili ripercussioni nei Balcani.
Questa complessa rete diplomatica dimostra come la Terza Guerra d’Indipendenza non fu un conflitto isolato, ma parte di un riassetto complessivo dell’equilibrio europeo che avrebbe portato, di lì a pochi anni, alla nascita dell’Impero Tedesco (1871).
Cosa accade nella terza guerra d’indipendenza?
Qui arriviamo al cuore del problema: cosa successe davvero sul campo di battaglia? La risposta è scomoda ma storicamente onesta: l’Italia subì una serie di sconfitte umilianti, nonostante la superiorità numerica.
La campagna terrestre: la disfatta di Custoza
Il 24 giugno 1866, appena quattro giorni dopo la dichiarazione di guerra, si combatté la Battaglia di Custoza (vicino a Verona), che si rivelò un disastro per l’esercito italiano.
L’esercito italiano, comandato dal generale La Marmora (che era anche presidente del Consiglio), disponeva di circa 120.000 uomini contro i 75.000 austriaci dell’arciduca Alberto.
Sulla carta, una vittoria italiana sembrava scontata.
Ma la realtà fu diversa:
Mancanza di coordinamento tra i vari corpi d’armata italiani
Ordini confusi e contraddittori
Scarsa ricognizione del territorio
Iniziativa lasciata agli austriaci
Il risultato fu una sconfitta netta: circa 8.000 tra morti, feriti e dispersi italiani contro 5.000 austriaci. L’esercito italiano si ritirò oltre il Mincio, e il prestigio del giovane regno ne uscì profondamente danneggiato.
La campagna navale: il disastro di Lissa
Se Custoza fu una sconfitta, la Battaglia di Lissa (20 luglio 1866) fu una vera catastrofe. La flotta italiana, modernissima e numericamente superiore, affrontò quella austriaca nelle acque dell’Adriatico, presso l’isola di Lissa (oggi Vis, in Croazia).
L’ammiraglio italiano Carlo Pellion di Persano disponeva di 12 corazzate contro le 7 austriache dell’ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff. Anche qui, la superiorità italiana sembrava schiacciante.
Invece:
Due corazzate italiane (Re d’Italia e Palestro) furono affondate
La flotta italiana si ritirò in disordine
Persano fu successivamente processato e radiato dalla marina
La sconfitta di Lissa fu particolarmente dolorosa perché colpì l’orgoglio di una nazione con grandi tradizioni marinare. Ancora oggi, nella Marina Militare italiana, quella battaglia rappresenta un momento di riflessione sull’importanza della preparazione e della leadership.
La vittoria prussiana: Sadowa
Mentre l’Italia collezionava sconfitte, la Prussia stava vincendo la guerra. Il 3 luglio 1866, a Sadowa (Königgrätz), l’esercito prussiano inflisse all’Austria una sconfitta devastante, distruggendo la sua pretesa di leadership sulla Germania.
Questa vittoria prussiana fu determinante: rese irrilevanti le sconfitte italiane e costrinse l’Austria a cedere il Veneto per concentrarsi sulla minaccia prussiana e sulla riorganizzazione interna dell’Impero (che sarebbe diventato Impero Austro-Ungarico nel 1867).
Alcuni dei Nostri Corsi Universitari
Cosa fece Garibaldi nella terza guerra d’indipendenza?
Giuseppe Garibaldi rappresentò l’unica nota positiva per l’Italia in questa guerra. Il “generale” (anche se non aveva mai avuto questo grado nell’esercito regolare) fu chiamato dal governo per guidare un corpo di volontari nelle operazioni contro l’Austria.
La campagna del Trentino
Garibaldi organizzò un corpo di volontari (circa 38.000 uomini) con l’obiettivo di invadere il Trentino e minacciare la strada per l’Austria attraverso il Brennero. Questa operazione aveva anche il valore simbolico di unire l’azione dei volontari (che aveva caratterizzato la spedizione dei Mille) con la guerra regolare dello stato.
Le operazioni di Garibaldi furono sostanzialmente l’unico successo militare italiano:
- Occupazione di diverse località trentine
- Vittoria a Bezzecca (21 luglio 1866), dove i garibaldini respinsero un contrattacco austriaco
- Avanzata verso Trento

“Obbedisco”: l’episodio più famoso
Quando, dopo l’armistizio del 12 agosto, il governo ordinò a Garibaldi di ritirarsi e restituire i territori conquistati, il generale rispose con un telegramma di una sola parola: “Obbedisco”.
Questo episodio è diventato leggendario. Garibaldi, che aveva sempre avuto rapporti difficili con il governo sabaudo e aveva pubblicamente criticato la conduzione della guerra, dimostrò con quel gesto la sua subordinazione allo stato, anche quando l’ordine era doloroso.
La frase “Obbedisco” è stata interpretata in modi diversi:
Come esempio di disciplina repubblicana verso le istituzioni
Come critica implicita alla classe dirigente che aveva sprecato l’opportunità militare
Come manifestazione di dignità di fronte alla sconfitta politica
Per gli studenti di oggi, questo episodio rappresenta un esempio di come i simboli e i gesti possano avere un peso storico pari agli eventi militari.
Il significato della partecipazione garibaldina
La presenza di Garibaldi servì al governo per mobilitare l’entusiasmo popolare e volontario, creare un’alternativa in caso di ulteriori fallimenti dell’esercito regolare ma sopratutto utilizzare l’immagine e il prestigio dell’“eroe dei due mondi”.
Ma rivelò anche le tensioni interne al Risorgimento: tra volontari e esercito regolare, tra spirito democratico e monarchia, tra chi vedeva l’unità come conquista popolare e chi come operazione dinastica sabauda.
Ti Potrebbe Interessare Anche..
-

Dottorato Dipendenti Pubblici: Aspettativa e Congedo
-

Diventare Chinesiologo: Laurea, Professione Sanitaria e Albo
-

Diventare Agronomo: Laurea, Mansioni e Stipendio
-

Ratei e Risconti: Schema, Differenza ed Esempi Pratici
-

Diventare Recruiter Freelance: Requisiti, Titoli e Stipendio
-

Contestare un Insegnante: Protesta, Segnalazione e Denuncia
-

Bocciatura alle Superiori: Criteri, Legge e Contestazione
-

Diventare Hostess di Volo: Requisiti, Titoli e Stipendio
-

Terza Guerra d’Indipendenza: Riassunto Semplice e Schema
Dove fu firmato l’armistizio che concluse la terza guerra d’indipendenza?
L’armistizio che pose fine alle ostilità fu firmato a Cormons (in Friuli) il 12 agosto 1866, tra rappresentanti italiani e austriaci.
Questa tregua seguiva l’armistizio separato tra Prussia e Austria firmato a Nikolsburg il 26 luglio, che aveva di fatto concluso la guerra in Germania. L’Italia, pur essendo alleata della Prussia, non fu coinvolta in quelle trattative, segno della sua posizione marginale nel conflitto.
Il Trattato di Vienna
La pace definitiva fu invece sancita dal Trattato di Vienna del 3 ottobre 1866.
Ma c’è un dettaglio fondamentale che spesso viene trascurato nei riassunti superficiali: l’Austria non cedette il Veneto direttamente all’Italia.
Il meccanismo fu il seguente: prima l’Austria cedette il Veneto alla Francia (che era rimasta neutrale), poi la Francia “donò” il Veneto all’Italia.
Questo passaggio intermediario fu voluto dall’Austria per non riconoscere formalmente una sconfitta militare contro l’Italia, dato che sul campo aveva vinto tutte le battaglie. Fu una vera e propria umiliazione diplomatica per il giovane regno italiano.
Il plebiscito
Tra il 21 e il 22 ottobre 1866 si tenne il plebiscito nel Veneto, con il quale la popolazione (maschile) votò a larghissima maggioranza per l’annessione al Regno d’Italia: 647.246 voti favorevoli contro appena 69 contrari.
Questi numeri vanno letti con attenzione: il voto non era segreto e le pressioni furono evidenti. Ma testimonia comunque che la popolazione veneta, dopo decenni di dominio austriaco, vedeva nell’unità italiana una prospettiva preferibile.
Come si conclude la terza guerra d’indipendenza?
La conclusione della Terza Guerra d’Indipendenza è paradossale e rappresenta perfettamente le contraddizioni del Risorgimento italiano: l’Italia ottenne l’obiettivo territoriale (il Veneto) ma subì una profonda ferita all’orgoglio nazionale.
I risultati territoriali
L’Italia acquisì:
- Il Veneto (ma non Venezia Giulia, che rimase austriaca)
- Una piccola parte del Friuli
- Alcuni territori dell’Istria rimasero all’Austria (Trieste, Gorizia, Pola)
Rimasero fuori dall’Italia:
- Il Trentino (Alto Adige), nonostante i successi di Garibaldi
- Trieste e la Venezia Giulia
- L’Istria
Questi territori “irredenti” alimenteranno il nazionalismo italiano fino alla Prima Guerra Mondiale e saranno una delle ragioni dell’intervento italiano nel 1915.
Le conseguenze politiche interne
In Italia, a livello interno, la guerra provocò innanzitutto la caduta del governo La Marmora (fu sostituito da Ricasoli). Ci fu anche un dibattito aspro sulla riforma dell’esercito e della marina, nonchè processi militari contro i responsabili delle sconfitte (Persano fu radiato). Non solo, si evidenziò una crisi di fiducia nelle istituzioni militari del giovane stato
A livello europeo l’Austria si ritirò dalla politica italiana definitivamente e la Prussia consolidò il suo dominio sulla Germania (nel 1871 nascerà l’Impero Tedesco). Nel mentre, la Francia mantenne un ruolo di influenza sull’Italia e l’equilibrio europeo si spostò verso la centralità germanica
Per chi sta studiando la storia del Risorgimento, comprendere queste conseguenze è fondamentale: la Terza Guerra d’Indipendenza non fu un episodio isolato, ma un tassello di un processo più ampio di ridefinizione dell’Europa.
Chi vinse la terza guerra d’indipendenza?
Questa è forse la domanda più complessa e interessante. La risposta dipende da cosa intendiamo per “vittoria”.
Sul piano militare
Vincitore: Austria
Non ci sono dubbi: l’Austria vinse tutte le battaglie principali contro l’Italia (Custoza, Lissa) e respinse gli attacchi italiani. L’esercito austriaco dimostrò superiorità tattica, organizzativa e di comando.
Sul piano strategico
Vincitore: Prussia
La vera vincitrice della guerra fu la Prussia, che eliminò l’influenza austriaca dalla Germania, pose le basi per l’unificazione tedesca sotto la sua guida e si affermò come nuova grande potenza europea.
Sul piano politico-territoriale
Vincitore: Italia
Nonostante le sconfitte militari, l’Italia ottenne il suo obiettivo: il Veneto. Questo apparente paradosso (“vincere perdendo”) è tipico della diplomazia ottocentesca e dimostra come gli obiettivi di guerra non sempre coincidano con le vittorie sul campo.
La percezione contemporanea
Per i contemporanei, la guerra fu vissuta come una sconfitta morale. I giornali italiani e l’opinione pubblica erano profondamente delusi. L’acquisizione del Veneto non compensava l’umiliazione delle sconfitte militari.
“[…]L’Italia ha vinto la guerra come un mendicante che riceve un’elemosina, non come un soldato che conquista un territorio”.
Gabriele D’annunzio. Il quale parlò infatti di vittoria mutilata.
Cosa si ottenne con la terza guerra d’indipendenza?
Dal punto di vista territoriale, l’Italia ottenne il Veneto e parte del Friuli, completando l’unificazione del Nord Italia (ad eccezione delle terre “irredente”).
Ma i risultati vanno valutati su più livelli:
Acquisizioni territoriali concrete
- Circa 22.000 km² di territorio
- Una popolazione di circa 2,6 milioni di abitanti veneti
- Il controllo dell’arco alpino orientale (con valore strategico-militare)
- Importanti città: Venezia, Verona, Padova, Vicenza, Treviso
Cosa non si ottenne
- Il Trentino e l’Alto Adige (che Garibaldi aveva parzialmente occupato)
- Trieste, Gorizia e la Venezia Giulia
- L’Istria
Questi territori rimasero all’Austria e divennero il simbolo dell’Italia “irredenta”, alimentando il nazionalismo italiano fino alla Prima Guerra Mondiale.
Conseguenze immateriali
Accanto ai risultati territoriali, la guerra produsse:
Conseguenze negative:
- Una profonda ferita all’orgoglio nazionale
- La percezione di un esercito inadeguato
- La consapevolezza della dipendenza italiana dalle alleanze straniere
- Il rafforzamento delle tensioni tra Nord e Sud (mentre si combatteva al Nord, il brigantaggio devastava il Sud)
Conseguenze positive (involontarie):
- La spinta a modernizzare l’esercito e la marina
- L’integrazione dei veneti nello stato italiano
- Il rafforzamento del sentimento unitario attraverso la condivisione della sconfitta
Il confronto con le altre guerre d’indipendenza
Rispetto alla Prima Guerra (sconfitta totale) e alla Seconda Guerra (vittoria grazie ai francesi), la Terza Guerra rappresentò una “mezza vittoria”: obiettivo raggiunto ma con mezzi inadeguati e dignità compromessa.
Per gli studenti che preparano interrogazioni o esami, è importante sottolineare questo aspetto: la storia non è fatta solo di vincitori e vinti netti, ma spesso di situazioni ambigue che vanno comprese nel loro contesto.
Chi ha liberato l’Italia dagli austriaci?
Questa domanda merita una risposta articolata che vada oltre le semplificazioni nazionalistiche.
Formalmente, l’Italia fu “liberata” attraverso una combinazione di:
- Vittorie prussiane (che costrinsero l’Austria a cedere)
- Mediazione francese (che permise il passaggio del Veneto)
- Plebisciti popolari (che legittimarono le annessioni)
- Trattati internazionali (Vienna 1866)
Sul piano strettamente militare, paradossalmente non furono le armi italiane a sconfiggere l’Austria, ma quelle prussiane. L’esercito italiano non vinse nessuna battaglia significativa contro quello austriaco.
Gli unici successi militari italiani furono:
- Le operazioni di Garibaldi in Trentino (limitate e poi annullate dall’armistizio)
- Alcune azioni navali minori nell’Adriatico
Se dobbiamo identificare chi davvero “liberò” l’Italia dagli austriaci, la lista include:
Nel lungo periodo:
- I patrioti del Risorgimento (Mazzini, Cavour, Garibaldi) che crearono le condizioni politiche
- La diplomazia sabauda che seppe sfruttare i conflitti europei
- I volontari che nelle varie guerre diedero concretezza all’ideale unitario
Nella Terza Guerra specifica:
- Bismarck e la Prussia, senza i quali l’Austria non avrebbe mai ceduto
- Il governo italiano che seppe cogliere l’opportunità diplomatica
- Garibaldi che salvò almeno parzialmente l’onore militare italiano
Una verità scomoda
La verità storica, che spesso i manuali scolastici sfumano per ragioni nazionalistiche, è che l’unità d’Italia fu possibile grazie a una combinazione di movimenti interni (rivolte, insurrezioni, volontariato), interventi stranieri (Francia nel 1859, Prussia nel 1866), abilità diplomatica (saper sfruttare i conflitti europei) e chiaramente opportunità storiche (debolezza dell’Austria, questione tedesca).
Non fu quindi un processo puramente “italiano”, ma il frutto di dinamiche europee complesse in cui l’Italia giocò un ruolo importante ma non sempre determinante.
Schema riassuntivo e mappa concettuale per lo studio
Per aiutarti a memorizzare gli elementi essenziali, ecco uno schema sintetico della Terza Guerra d’Indipendenza:
LINEA TEMPORALE

PROTAGONISTI
Alfonso La Marmora (generale e primo ministro italiano)
Giuseppe Garibaldi (comandante dei volontari)
Otto von Bismarck (cancelliere prussiano)
Arciduca Alberto (comandante austriaco)
RISULTATI
- Acquisizione del Veneto
- Sconfitte militari italiane
- Vittoria politica grazie alla Prussia
- Territori irredenti ancora all’Austria
MAPPA CONCETTUALE

Conclusione: perché studiare questa guerra oggi?
La Terza Guerra d’Indipendenza è molto più di una serie di date e battaglie da memorizzare per un’interrogazione. Studiare questo conflitto significa comprendere:
- Come la politica internazionale condizioni gli stati nazionali
- Che vincere una guerra non significa necessariamente vincere sul campo
- L’importanza della preparazione militare e della leadership
- Le contraddizioni del Risorgimento italiano
Per chi studia storia all’università o si prepara a esami di maturità, questa guerra offre anche spunti di riflessione sulla costruzione dell’identità nazionale, sul rapporto tra mito e realtà storica, e sulle differenze tra storiografia patriottica e ricerca storiografica rigorosa.
Se stai affrontando lo studio della storia del Risorgimento e hai bisogno di un supporto più strutturato, il Centro Formativo Consizos offre percorsi di orientamento universitario che possono aiutarti a sviluppare un metodo di studio efficace per le materie storiche. Puoi esplorare l’offerta formativa completa, o se stai considerando un percorso universitario in ambito umanistico, consultare le opportunità dedicate ai corsi di laurea.
La storia non è fatta solo di nozioni, ma di comprensione dei processi: saper leggere gli eventi nel loro contesto, riconoscere le cause profonde e valutare le conseguenze a lungo termine.
Questo approccio critico non serve solo a superare un esame, ma a sviluppare quella capacità di analisi che sarà preziosa in qualsiasi percorso professionale.
Per approfondimenti personalizzati sul metodo di studio storico o per orientamento sui percorsi formativi più adatti alle tue ambizioni, la segreteria di Consizos è disponibile via WhatsApp. Spesso uno studente ha bisogno non tanto di “più informazioni”, quanto di un metodo chiaro per organizzare quelle che già possiede: in questo, l’esperienza di chi ha accompagnato centinaia di studenti verso il successo accademico può fare la differenza.





